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Da appassionato di montagna a guida per gli atleti ipovedenti

Roberta Barba
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Intervista ad Alessandro Battaglino, manager torinese, che da anni accompagna Marco Croce nelle sue competizioni. Una storia di inclusione, rispetto e amicizia nata sulle piste da sci

Torinese, 55 anni, Alessandro Battaglino è direttore generale di Barricalla, uno dei più grandi impianti di smaltimento di rifiuti speciali in Italia, un’eccellenza nel nostro Paese, ed è presidente di TRM, la società che gestisce il termovalorizzatore di Torino. Il volontariato è parte integrante delle sue giornate: è infatti direttore di Madian Orizzonti, onlus dei religiosi camilliani di Torino. Ma c’è un’altra attività di cui Battaglino è molto orgoglioso: è la guida dello sciatore Marco Croce, atleta ipovedente che perse la vista alcuni anni fa e oggi gareggia nella categoria visual impared AS3. Un legame stretto e profondo che va oltre i campi da sci, dove gli occhi di Alessandro “vedono” anche per Marco.

Alessandro come è nata la sua passione per la montagna?

Mio padre mi ha portato a sciare con lui da quando avevo un anno e mezzo. Rannicchiato nello zaino sulle sue spalle, ho ancora presente la sensazione del mio viso appoggiato al freddo tubolare di acciaio, dove mi addormentavo mentre lui si godeva le piste della Val Chisone. Grazie a lui ho imparato ad amare la montagna e gli sport alpini in tutte le forme, è sempre stato lui il mio compagno ideale di sciate e oggi che per questioni di età ha smesso, ho ritrovato lo stesso piacere in compagnia di Marco Croce, l’atleta a cui “presto” i miei occhi durante le gare.

Come è diventato una guida per atleti ipovedenti?

Nel 2016 ho conosciuto l’associazione “Sportdipiù” a Sestriere e ho iniziato ad accompagnare i ragazzi disabili sulle piste: all’inizio mi sono occupato di giovani con problemi intellettivi o relazionali e poi anche di ragazzi paraplegici o tetraplegici che utilizzano il monosci. Qualche anno dopo, quasi per caso, è iniziata l’avventura con Marco Croce. Doveva recarsi a Folgaria per una gara di campionato e chiese “Chi mi porta?”. Di slancio risposi “Io!”. E così da quattro anni sulle piste siamo inseparabili.

Lei ha ottenuto la certificazione di guida dalla FISIP, la Federazione degli sport paralimpici invernali. Ma, al di là delle capacità atletiche, quali attitudini e sensibilità si devono sviluppare?

Tra la guida e l’atleta si crea una relazione molto stretta, che va al di là del terreno di gara. Marco ed io dividiamo anche la stanza in hotel, siamo stati insieme al raduno degli Alpini a Vicenza, in estate passiamo qualche giorno di vacanza insieme. Celebriamo insieme successi e delusioni, ci conosciamo molto bene, Marco sa bene che sono permaloso e ci concediamo anche qualche battibecco che spesso stupisce a fa sorridere gli altri concorrenti. Una guida deve avere pazienza perché deve misurarsi con l’atleta che la segue, deve essere molto concentrata e nello stesso tempo andare più veloce dell’atleta per poter anticipare e comunicare nel modo corretto ogni punto del tracciato. Deve saper guardare con gli occhi dietro la testa per non perdere mai il contatto con il compagno di gara e nello stesso tempo deve avere la sfrontatezza di cercare di dimenticarsi che si è in due.

Come vi preparate prima di una gara?

Con noi c’è sempre l’allenatore, Luca Avondetto. Insieme a lui facciamo una ricognizione della pista per imparare il tracciato; una brava guida conosce il percorso a memoria. Io sono molto bravo nello slalom gigante, un po’ meno sullo speciale. Quando gareggiamo, abbiamo una radio inserita nel casco, simile a quella dei motociclisti, attraverso la quale anticipo a Marco il tracciato con un linguaggio convenzionale, fatto di poche parole. Ad esempio, “sinistra op” e “destra op” in caso di curve, “lascia andare” quando il tratto è dritto, “ghiaccio” per metterlo in guardia sulla consistenza della pista.

Avete un rito scaramantico prima o dopo ogni gara?

Ogni volta che Marco parte, il nostro allenatore gli infila un po’ di neve nel collo per dargli la giusta carica, mentre io, una volta terminata la competizione, faccio volentieri qualche discesa da solo.

La gara più bella?

Quella che ricordo con maggior soddisfazione è la più recente, in Svizzera ad Airolo. Eravamo gli unici atleti a non far parte di squadre nazionali e siamo riusciti a raggiungere un risultato importante piazzandoci davanti al team della nazionale elvetica, e anche nello slalom gigante abbiamo superato la squadra croata che aveva partecipato alle Paralimpiadi. Una grande soddisfazione è stata anche quella di essere scelti per fare da apripista alle Universiadi del 2025.

Che rapporto ha con la disabilità?

Il confronto con la disabilità mi arriva da mia mamma che è logopedista e segue soprattutto ragazzi con deficit intellettivi. Fin da ragazzo sono riuscito a stabilire facili rapporti con le persone che frequentavano lo studio di mia madre; quindi, per me la disabilità possiamo dire che abbia fatto parte della mia vita da sempre.

Che cosa porta dell’attività di guida nel suo ruolo lavoro di manager?

Quello che mi caratterizza sul lavoro è ciò che le persone conoscono di me anche fuori dal contesto professionale. Sono molto schietto, sono chiaro nel dare indicazioni e credo di saper mantenere la stessa semplicità e la stessa umiltà che ho quando gareggio con Marco, perché sono convinto che i limiti si superano anche grazie all’atleta che si ha alle spalle. E poi c’è una cosa che per me è fondamentale, sia quando sono sulle piste sia in azienda: è prefiggersi un obiettivo e fare l’impossibile per raggiungerlo. Bisogna provarci fino alla fine. E la storia mia e di Marco dimostra che nulla è impossibile.


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