E’ davvero la parola giusta per garantire l’equità dei diritti per tutti? Ne hanno discusso gli ospiti di Inclusion Job Talk del 13 marzo scorso, la tavola rotonda online che precede l’evento Inclusion Job Day del prossimo 27 marzo
Sembra quasi un paradosso: più la si utilizza e meno la si ottiene. Stiamo parlando del vocabolo “inclusione”, termine usato – e abusato – non soltanto nella lingua italiana. Ma è ancora la parola giusta per garantire la vera equità di diritti per tutti?”
Una provocazione lanciata nel recente Inclusion Job Talk, la tavola rotonda che solitamente precede l’evento online Inclusion Job Day, in programma il 27 marzo. Stimolati dal tema, si sono incontrati intorno al nostro tavolo virtuale esponenti di diverse realtà – tra esperti di scrittura e rappresentanti del mondo istituzionale – che hanno fornito il loro personale punto di vista.
Inclusione, male necessario?
Il termine “inclusione” non piace a nessuno, ma tutti concordano nella sua validità come codice convenzionale: l’importante è che non resti una mera parola, ma che si identifichi con una serie di azioni, comportamenti, strategie volte a garantire una reale equità di diritti per tutti.
A rompere il ghiaccio è Francesca Marchegiano, educatrice narrativa che per inclusione ha una vera e propria avversione e preferirebbe si parlasse di coesistenza. “Penso alla natura dove specie diverse di fiori e piante convivono senza una gerarchia, così nelle organizzazioni e nella società tutti convivono, ognuno con il suo livello di abilità e responsabilità. La narrazione – a ogni livello, anche nelle aziende – può essere un elemento facilitatore. Le storie si rivelano fondamentali proprio nei momenti di cambiamento. Come quello che tutti noi auspichiamo verso una società equa e aperta, non solo di facciata”.
Un’idea condivisa da Roberta Laudito, Care Innovation&Experience Manager, rappresentante di Federmanager e componente del gruppo Minerva. “Per me inclusione è sinonimo di rimozione di ostacoli e di partecipazione. Quando parlo di imprese, più che a organizzazioni, penso a comunità dove si possono sviluppare i talenti di tutte le persone”. Basandosi sulla sua esperienza di manager in multinazionali, amplia il concetto di inclusione ad altri ambiti, come il gender gap e l’ageing, tema di grande attualità. Basti pensare che oggi, nella stessa azienda, possono lavorare insieme anche quattro generazioni. E l’intelligenza artificiale potrebbe rivelarsi un ottimo alleato per superare gli ostacoli.
Per Manuela Pioltelli, responsabile Area Collocamento Mirato dell’agenzia per il lavoro Umana, parole come coesistenza e convivenza sarebbero più adatte, ma riconosce che nonostante tutto, si sono fatti molti passi in avanti. “Se tempo fa, quando si accennava alle persone con disabilità, si parlava di problema, siamo passati a parlare di inserimento e oggi utilizziamo la parola inclusione. Non è l’ideale, ma denota già un cambiamento”.
Pioltelli ricorda che in Italia solo il 33% delle persone con disabilità occupabili sono inserite professionalmente e ciò è dovuto a diversi fattori come lavori poco accessibili, insufficienti pratiche di accomodamento ragionevole, svantaggi per alcune categorie come le donne (generalmente penalizzate nel mondo del lavoro) o giovani con disturbi dell’apprendimento (certificati durante il percorso scolastico, non più quando si affacciano al mondo del lavoro).
Un punto di vista più ottimistico lo porta Carlo Francescutti, responsabile di una Asl friulana ed esperto dell’Autorità Garante dei Diritti delle Persone con Disabilità. “La parola inclusione può suscitare una sensazione di retorica fastidiosa, ma al di là della percezione, devo dire che nel mondo del lavoro la situazione è forse migliore di quanto pensiamo. L’attuale legge 68 è certamente migliorabile, ma ci permette di dialogare con le imprese.” Restando in ambito legislativo, Francescutti illustra il valore della recente legge 62 del 2024 che prevede un nuovo approccio. “Definisce infatti la condizione di disabilità, della valutazione di base, di accomodamento ragionevole, della valutazione multidimensionale per arrivare a elaborare un progetto di vita individuale personalizzato e partecipato. E costringerà aziende a istituzioni a pensare a un nuovo welfare”.
Molto interessante l’intervento di Filippo Visentin, giornalista e collaboratore della testata online Superando.it (media partner di Inclusion Job Day) che al Talk ha portato anche la sua esperienza diretta di persona con disabilità impiegata nel settore pubblico. “Ho una certa idiosincrasia per la parola inclusione perché il più delle volte se ne parla ma non si concretizza. E se molto è stato fatto in ambito accessibilità, molto resta da compiere per una reale integrazione delle persone con disabilità nel mondo del lavoro”. Parlando della propria esperienza, Visentin individua due atteggiamenti che potrebbero essere vincenti in un processo di cambiamento: “L’inclusione non si attua semplicemente assumendo una persona con disabilità. Occorre seguirla, accompagnarla in un percorso mirato alla sua completa integrazione. Credo, quindi, che le imprese debbano prima di tutto imparare ad ascoltare le esigenze di chi entra in azienda. E le persone con disabilità, dal canto loro, devono avere il coraggio di chiedere quei piccoli cambiamenti che possono facilitare l’inserimento professionale e la convivenza con i colleghi facendo sì che ognuno possa dare il meglio di se stesso”.
A questo link si può rivedere e riascoltare l’incontro del 13 marzo scorso